
Il duomo o meglio l'abbaziale del Duomo quale noi la conosciamo oggi deve
il suo sito attuale ad una chiesa del 1000. Essa viene menzionata in una bolla papale come
"pieve di S. Giovanni" nel 1185. Di questa pieve non è rimasta testimonianza
alcuna poiché essa venne rasa al suolo insieme con l'intero castello di Oderzo nel 1223.

Nel Quattordicesimo secolo, sotto i Da Camino, in un periodo di relativa pace, Oderzo
vede sorgere la sua chiesa in muratura. Essa in origine composta di una semplice aula a
pianta rettangolare di dimensioni più piccole dell'attuale. Più corta e priva di abside
aveva una lunghezza ancora oggi individuabile dal primo fascione affrescato, il più basso
databile alla seconda metà dei XIV secolo. Il ritmo dei medaglioni, contenenti i dodici
apostoli e la Maddalena limitavano la fine della chiesa verso la piazza. Gli ultimi
contenenti una decorazione a finto marmo, sono posteriori. Questo fascione inoltre,
corrispondente alla tettoia, che sovrasta la porta laterale, ci dà l'esatta dimensione
anche in altezza della chiesa.
Nel corso dei XV secolo ad opera di maestranze provenienti dal cenedese e bellunese, in
più riprese vengono affrescate le pareti della navata, di questi interventi rimangono
solo lacerti di scene sacre e decorazioni.

Un secondo fascione infine, decora la navata
correndo in prossimità del tetto, è datata 1503, ma purtroppo di paternità ignota
ancorché veneta.

L'affresco che decora interamente la retrofacciata
del duomo è opera di Palma il giovane (Jacopo Negretti Venezia 1544 - ivi 1628), datato
1607, consta di circa centosessanta metri quadrati. La partizione indica centralmente la
figura di S. Giovanni battista, Titolare
dell'Abbaziale, che con la mano tesa protegge la città. A due lati in due file
sovrapposte sono individuabili nell'ordine i santi protagonisti della tradizione, con
sovrastante una scena di vita che meglio li identifica. Prosdocimo, Magno, Floriano e Tiziano (attualmente santo patrono).
Procedendo lungo la navata di destra si incontrano
tre tele di notevoli dimensioni opera di Pomponio Amalteo (S. Vito 1505 - ivi 1588,
pittore della scuola dei Pordenone). Queste opere nacquero come portelle di un organo,
precedente all'attuale, che era posto contro la retro facciata.

La più grande, visibile quando l'organo era
chiuso ha come soggetto la Trasfigurazione del Cristo. Qui il pittore ambienta la scena in
una sorte di sipario bipartito i cui teli vengono sostenuti da angioletti. La scena
suddivisa orizzontalmente prende luce dalla figura del Cristo posto tra i due profeti,
mentre in basso quasi assieme all'occasionale osservatore sono posti i tre apostoli. La
firma è visibile sul masso vicino al ginocchio dell'apostolo di destra.
Le atre due tele erano visibili solo con
l'organo aperto e rappresentano la Nascita del Redentore e la sua Risurrezione. Anche qui
l'umano ed il divino sono chiaramente separati orizzontalmente, le figure ben delineate
anatomicamente risentono chiaramente della pittura del Pordenone. Proseguendo lungo la
navata si giunge all'altare della Madonna. Decorato nel 1605 era in origine dedicato allo
Spirito Santo dalla famiglia Amalteo, dove ancora persiste lo stemma.

Sulla parete laterale una tela, un tempo attribuita al Carneo, ma in
realtà firmata Joachín Comin del 1667, ricorda un voto della città per la liberazione
dalla peste del 1630. Rappresenta la Madonna tra i santi Girolamo e Sebastiano. Pur
sconosciuto alla critica l'autore rivela un'ottima mano sia per la composizione che per il
colorismo che lo fa ascrivibile alla scuola veneziana. Il tappeto musivo posto sotto la
mensa d'altare è di epoca romana, rinvenuto nel giardino della vicina casa dei Battuti,
venne collocato qui nel grande restauro del duomo dei 1920.
L'altare del santissimo da sempre attribuito al Sansovino presenta, ai
lati della portella del tabernacolo, frammenti di una doratura che lasciano intravedere
un'annunciazione. Sulla Parete sinistra è collocata un'altra opera di Palma il giovane.
La paia d'altare rappresenta la Discesa dello Spirito Santo. Mirabile per il suo effetto
chiaroscurale dove è possibile evidenziare un sapiente utilizzo dei colori freddi per la
resa delle zone d'ombra, anticipazione ante litteram della lezione degli impressionisti.
Continuando lungo la navata, in prossimità del fonte battesimale si
può ammirare la pala rappresentante "il Battesimo del Cristo", olio su tela,
anch'essa di notevoli dimensioni, fino al 1923 essa era collocata sull'Altare maggiore,
opera attribuita a Maganza senior, detto Magagnò (Vicenza 1605 - Padova 1660).

Le figure del Cristo e del battezzante Giovanni sono inserite in una
suggestiva luce notturna, che ne esalta le figure ieratiche, scabre e possenti. La
trasparenza dell'acqua, la colomba indicante lo Spirito Santo circondato da un alone di
luce mettono in rilievo l'immagine di Dio proteso sul Figlio e sul mondo, suddividendo lo
spazio pittorico in due zone nettamente separate, a rappresentare il mondo ultraterreno in
contrasto con quello terreno individuato dalle figure nel verde azzurro dello sfondo. Ma
il collegamento tra queste realtà viene sottolineato dalla presenza degli angeli che
circondano tutta la scena. Ne risulta una lettura attenta ai dogmi della fede indice di
una particolare sensibilità al tema affrontato dal pittore, che riesce nonostante la
tavolozza quasi monocromatica sui toni dei blu e dei verde ad inserire con sapienza una
nota di rosso, nel panneggio retto dall'angelo di sinistra indice della regalità e dei
futuro martirio dei Cristo.
Una particolare attenzione bisogna poi porre nell'osservare la cornice
di questa tela opera d'arte anch'essa. Una cornice lignea centinata intagliata a motivi
floreali dorati intervallati da angioletti dipinti a tempera con grande delicatezza,
recanti quindici medaglioni ovali in cui sono miniati i Misteri dei Rosario. L'opera è
ascrivibile con buona approssimazione al XVII secolo, data la preziosità di esecuzione
decisamente barocca.
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Le quindici tavolette, che partendo da sinistra rappresentano
nell'ordine i Misteri Gaudiosi, Dolorosi e Gloriosi, sono di una stessa mano anche se
purtroppo a tutt'oggi ignota. L'impianto pittorico nonostante le piccole dimensioni e la
forma ovale è spesso felice, e il sapiente uso di colori brillanti e decisi (rossi,
azzurri, gialli) favoriscono per quanto possibile una discreta lettura delle immagini
nonostante la notevole distanza che le separa dall'occhio dell'osservatore. L'autore si
palesa come abile narratore ed è quindi possibile comprenderlo nel tardo Manierismo
veneto.
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È stato completato di recente il
recupero della splendida opera raffigurante La Madonna col Bambino in trono eseguita da
uno dei più interessanti pittori quattrocenteschi friulani; Andrea Bellunello da San
Vito, un'artista che lavora gran parte della sua vita eseguendo decine di opere, tra il
Friuli e il Veneto.
Il dipinto si può oggi ammirare nel
migliore aspetto artistico ed è senza dubbio una delle opere più belle eseguite dal
Bellunello. La straordinaria perfezione della tecnica esecutiva nonché la scelta
dell'ottima natura dei materiali utilizzati, sono la ragione principale che ha
permesso a
un'opera come questa di arrivare fino ai nostri giorni; quasi cinquecentocinquant'anni di
vita dei quali i più passati all'esterno.

La rimozione della sedimentazione di
sporco ha fatto emergere la splendida azzurrite (stesa per realizzare il cielo); i toni
violacei che oggi appaiono sulle vesti della Madonna aiutavano l'azzurro a raggiungere la
massima brillantezza e forza cromatica.
Attraverso la pulitura si sono
"scoperte" tracce di oro zecchino, applicato sul fermaglio posto in
corrispondenza del seno come chiusura della veste e ancora sopra la corona della
Vergine.
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